
I BRANI CHE SEGUONO SONO TRATTI DA “NON SENSO”: MONOLOGHI, DIALOGHI E POESIE”.
UNA STUPIDA STORIA D'AMORE
- preghiera da ubriaco -

L’uomo siede al semibuio. Ai suoi piedi una bottiglia di brandy vuotata per metà e un bicchiere.
Dove ci troviamo? Non lo so. O forse sì... ma non importa, non serve.
Lei mi cammina a fianco e io mi sento stupido e felice come non mi capita
più da anni. Mi cammina a fianco e io parlo, parlo delle solite cose,
solite per me naturalmente. Lei ogni tanto mi guarda con i suoi occhi folli.
Folli? Folli per me. Per la mia di follia. Magari però si tratta solo
delle lenti a contatto. (Pausa). C’é il mare. E gente che va
e viene e ride. Ragazzi abbronzati e stupendi, sorridenti, pieni di vita e
ancora motorini, birra, allegria, costumi dai colori sgargianti... giovinezza
insensata, stupida e proprio per questo infinitamente bella. Una festa sulla
spiaggia. Discoteca, luci, ballo, musica... e la luna. E il mare sporco di
nafta. E io, che volo su di loro come un gabbiano ubriaco dei suoi occhi folli.
Folli? Folli. Poi la spiaggia. E le coppiette che si baciano. E noi come loro.
Stupidi, felici, pazzi, innamorati, maledetti, sporchi di sabbia, sorridenti
come loro. E io non penso. Per una volta non penso alla sofferenza, alla fame
nel mondo, agli handicappati, ai depravati, alle puttane, a dio che non c’è
e che se ci fosse... gli riderei in faccia probabilmente, ma solo se fossi
ubriaco come ora, come ieri, come domani.
Poi la sua mano tra le mie, piccola, strana, bianca. Poi la sua mano che scorre
lungo il mio sangue impazzito e io felice, felice, felice... in faccia alle
stelle e agli innamorati intorno! Meno innamorati di me, magari forse di noi...
che domani probabilmente si scorderanno e penseranno a questa notte come a
una stupidata da sedicenni. Mentre il cane, il cane lo sa che non è
una stupidata e per questo è venuto ad accucciarsi proprio qui, come
un ruffiano o un angelo custode... come un cane. E poi la strada del ritorno
e il suo collo e i capelli e gli occhi... ancora gli occhi! E le labbra, le
mani, le dita e poi i suoi seni... seni? Che vergogna! E le parole, le parole
che scivolano via abbracciate, avvinghiate ai minuti e noi, noi, NOI sorridenti
e felici... Felici? Capisci dio? Ehi, dio... felici! E io, io non penso...
come sempre, come ieri, come oggi, come domani, come nella polvere. E lei?
Lei invece a immaginare il domani e il dopo e il sempre... capisci dio? Il
sempre! (Pausa). Perché non sei qui dio? Mi farebbe piacere che ci
fossi dio, tu che ti credi onnipotente... perché tu sei onnipotente,
dio. O sei solo un uomo come me? Incapace di programmare, incapace di far
soffrire, incapace di... Ma magari sono io te, dio? Eh? Chissà che
non sia proprio io te, dio? Signore onnipotente, CREATORE, creatore del cielo
e della terra e di tutte le cose visibili e invisibili... quindi anche di
lei. E del suo viso. Delle sue labbra. Dei suoi occhi pazzi. Delle sue lenti
a contatto. Della sua eternità. Del suo progetto. Delle sue illusioni.
E creatore anche di me. Della mia stupidità e malvagità e bontà
e paura e miseria… e vigliaccheria. (Pausa). Tu lo sai cos’è
la vigliaccheria, dio? L’hai creata perciò lo sai. E il coraggio.
Anche il coraggio hai creato! Ubriaco d’incenso, ubriaco del tuo stesso
sangue, hai creato vigliaccheria e coraggio. Illusioni e incertezze. Odio
e amore. E Catullo e Saffo e Neruda e Ovidio e Leopardi e l’infinito
e il finito e il mare sporco di nafta e le onde e i cani e i delfini e i vulcani...
e i suoi occhi pazzi, strani, persi per alcuni istanti chissà dove
e poi di nuovo presenti e di nuovo persi, stavolta nei miei. E non avresti
creato nulla se non avessi creato quei suoi occhi. Senza le sue lenti a contatto
trasparenti, talmente trasparenti da rendere limpido il mio viso, non avresti
creato nulla dio. E saresti accucciato in un angolo del tuo paradiso a piangere
come un bambino dio... tu, tu che regali l’eternità, l’immortalità,
l’anima e la vita eterna saresti rimasto a piangere in un angolo del
tuo piccolo paradiso se non avessi creato i suoi occhi e le sue piccole labbra
e il suo seno e la sua vita, i suoi fianchi e se non avessi creato anche me
oggi, non me ma me oggi che sfioro con la mia bocca i suoi occhi, le sue labbra
piccole, il suo seno, la sua vita, i suoi fianchi. E intanto il progetto,
il domani, l’illusione. La follia nei suoi occhi... dov’è
finita? Le lenti a contatto dio! Dove le hai nascoste? Ma no, hai ragione...
non c’è bisogno di lenti a contatto per vedere bene... e io sono
solo ciò che sono: paura di far soffrire e vigliaccheria e stupidità
e senso e ragione e miseria e speranze e tutto e nulla... E lei? Lei progetto.
Illusione. Eternità. Donna. E io allora niente, putridume, foglia marcia,
camposanto, acqua sporca di fango e fango e io NIENTE... e io te, dio! NIENTE
come TE!...

E poi un altro giorno in macchina e io volo ancora ma un po’ più
in basso e io meno ubriaco e quindi meno vivo mentre lei parla, parla più
di me, strano... o forse no, forse parlo ancora io di più ma non sento
più le mie parole ma solo un suono confuso... e poi una stanza? Perché
una stanza? E’ male! Dio, tu lo sai che è male perché
tu sai il giusto, dio! E il suo corpo! No, dio, è male! Anche il suo
corpo è male dio giusto e buono. Dio senza sentimenti e senza speranze.
Dio senza un dio. Soffrirà. Già, soffrirà. E anch’io
soffrirò, povero dio senza cuore. Lo sai e lo so anch’io che
soffrirà. Perché io sono te e tu senza di me non sei nessuno,
povero dio senza identità. E intanto eccola la sua anima che svolazza
per la stanza. Dov’è la mia, dio? E ancora i suoi occhi pazzi
tra i nostri corpi e io non penso... non posso, non devo, non voglio pensare...
non penso... è male, i suoi progetti, domani, domani... dì,
dio, è proprio necessario che io arrivi a domani? Non darmi del vigliacco
dio. Potrei farti male se solo lo volessi... se solo tu lo volessi. Non mi
piaceresti con la faccia sporca di sangue dio. Fai lo spaccone adesso? Urli
che sarai tu a spaccarmi la faccia? Chiacchiere da ubriaco, dio! Hai bevuto!
Hai bevuto più di me! Hai bevuto quanto me povero dio! Sei ubriaco!
Ubriaco fradicio! E’ inutile che piangi! Lo hai fatto tu questo mondo
senza senso... o forse no... certamente no... no! No! NO!!! L’ho fatto
io invece! Io! Proprio io! Senza neanche essere dio come te! (ride) Cos’è,
hai paura adesso dio? Corri a rintanarti nel tuo angolino di paradiso?! Dì,
hai paura dio? Paura, dio...
Paura! Paura! Paura! Paura! Paura! Paura! Paura! Paura!
PAURA! PAURA! PAURA!!!
...dio?
Il giorno dopo è silenzio e gelo e rabbia e scirocco. Il giorno dopo
i suoi occhi non sono pazzi ma rossi. Il giorno dopo io sono morto il giorno
prima e puzzo di cadavere. Il giorno dopo dio è lì tra noi e
sorride beffardo mentre demolisce le sue illusioni e ride del mio essere cadavere
e della mia vigliaccheria e sofferenza e della sua. Il giorno dopo le auto
urlano al sole e i cani corrono inseguiti da strani gatti senza occhi né
coda e i topi ridono a quella scena o ridono di noi due e l’aria brucia
i pensieri e la pelle. E io penso: dio, dio dei topi, puoi ridere quanto vuoi
perché sei dio, puoi farle tutto il male che vuoi, rubarle l’anima,
lo sguardo, strapparle il ricordo di questi momenti e gettarli nel fango,
oppure sporcare tutto e forse dopo farla stare meglio. Ma a me dio, a me che
sono solo un vigliacco che non si ritiene tale ma che forse proprio per questo
lo è, non potrai mai rubare i suoi occhi folli, persi chissà
dove nei miei o le sue lenti a contatto o le sue parole o il suo corpo stretto
al mio. E’ il motivo è semplice dio dei topi e dei cani impauriti
e dei gatti senza occhi né coda e dell’aria che brucia la pelle
e i pensieri e delle auto che urlano al sole di luglio il loro essere auto,
il loro essere auto... e bisogna che te ne faccia una ragione. Bisogna proprio
che tu te ne faccia una ragione dio... Non ci sei. Tu non ci sei dio! Non
ci sei! Non ci sei... non ci sei... non ci sei... (trattenendo a stento le
lacrime, soffocate dalla rabbia) E quindi non hai ricordi e non piangi, non
ridi, non soffri dio... e quindi non provi nulla dio, neanche la mia vigliaccheria
che non è convinta di essere tale, neanche la mia paura e la mia infelicità,
la mia tristezza e la mia voglia di morte. Perché tu non sei mai nato
dio e quindi non puoi morire. E proprio perché non sei nato e morto
cento volte in un giorno... e proprio perché non potrai mai nascere
o morire in nessun giorno... proprio per questo non esisti dio. E perciò
mi fai pena, tu solo tra tutte le cose che esistono o che non esistono più
o che non sono mai esistite mi fai pena, dio... tu solo, tu solo mi fai pena...
povero, povero, povero, povero, povero, povero, povero, povero, povero, povero…
(DIO)
AMEN.

LA GUERRA LAMPO
Ieri
dopo aver seriamente valutato
le rispettive forze in campo
- uomini, equipaggiamenti, vettovaglie, etc. -
ho deciso
in qualità di Comandante Supremo
di Me Stesso
di dichiarare guerra a Dio
e credo
di poterla spuntare.
Ritengo anzi che si tratterà
di una guerra lampo
- niente trincee,
dunque,
niente 15/18 -
per questo mi sono rivolto ai Marx.
Ho mandato Harpo
quale messaggero alato,
Mercurio,
a dire il vero,
mi aveva stancato
e poi chi meglio
di un muto
può farsi capire
da un sordo?
Groucho mi farà da consigliere
e con le sue geniali intuizioni
e saggi ammonimenti
sono certo
che tra un paio di giorni
al massimo
il Cielo sarà nostro.
Certo la guerra non procede
secondo le regole del Galateo
ma altrimenti
che guerra sarebbe?
La sfida tra un dio sordo
e un re cieco
è naturale che faccia
qualche vittima innocente…
io, da parte mia,
finora, ho solo infranto
qualche cuore,
che tra l’altro
si sarà già consolato;
ma proprio ieri,
l’ultimo bollettino di guerra
incollato
ad un muro di calce,
diceva di una bimba di due anni
tornata allegramente al Padre...
evidentemente, il buon Dio,
innervosito dalle strategie
del Gran Maresciallo Chico
ha sbagliato un fendente.
Povero vecchio ubriacone
l’età lo tradisce
e i suoi angeli
starnazzanti
intorno
gli fanno troppa confusione.
Perderà questa guerra
ne sono certo,
e un po’
mi dispiace per lui
anche se, no...
in verità
non si è affatto
battuto bene.
E se atterrito
dalle mie granate
e dal fragore
dei mortai
chiederà una tregua
agitando
una mesta bandiera,
bianca
come la sua lunga barba
da dio noioso,
porrò senz’altro
due condizioni:
A) che la bimba
torni
al suo televisore;
B) un sacchetto di
pop corn.
Poi
com’è naturale,
violerò la tregua
e con un’abile manovra
a tenaglia
stritolerò le forze avversarie
e siederò al suo posto
- mi dispiace,
niente prigionieri:
tutti al muro e
RA-TA-RA-TA-RA-TA!!! -
Poi, per finire,
banchetterò al suo desco
coi miei Generali
Harpo, Groucho e Chico
e con la bimba
sfuggita allegramente
alle grinfie
del Padre
e insieme guarderemo la tv
e sgranocchieremo
pop corn...
GNAM, GNAM, GNAM!!!
